Aborti oltre confine – L’esodo silenzioso delle donne italiane

Aborti oltre confine – L’esodo silenzioso delle donne italiane

Tra medici obiettori, liste d’attesa interminabili e il rifugio precario dei social, centinaia di italiane sono costrette a varcare il confine. Così l’interruzione di gravidanza smette di essere un diritto e diventa un lusso a pagamento.

Alcuni viaggi non si raccontano. Sono quelli che i registri ufficiali di casa nostra preferiscono ignorare. Valigie preparate in fretta, biglietti aerei comprati su Internet, destinazione Barcellona.

I numeri sono freddi, ma dicono quasi sempre la verità. E la verità, in questo caso, ce la deve prestare il ministero della Salute spagnolo, perché il nostro non tiene il conto. Nel 2024, sono state 168 le donne italiane che hanno varcato i Pirenei per interrompere una gravidanza oltre la dodicesima settimana. Negli ultimi cinque anni, le viaggiatrici sono state 562. È un esodo costante, in ripresa dopo la flessione imposta dalla pandemia.

Perché si parte? L’Italia, spesso, è il Paese dei diritti scritti sui codici e delle pratiche impossibili nelle corsie. La Legge 194 compie quasi cinquant’anni. Nacque per sconfiggere l’ombra, la disperazione e la clandestinità, ma oggi si scontra con una realtà sanitaria che assomiglia a un percorso a ostacoli.

Le statistiche tracciano una linea netta: l’obiezione di coscienza a livello nazionale tocca il 61%, ma in alcune zone, come in Abruzzo, si inerpica fino all’84%. In Toscana sfiora la metà dei medici. Se a questo si sommano le carenze organizzative e liste d’attesa che possono sfiorare i due mesi, il calcolo è presto fatto: i tempi dilatati della sanità pubblica non coincidono con i limiti stringenti della legge. Il diritto, semplicemente, scade. E chi si accorge in ritardo di una gravidanza si ritrova le porte sbarrate.

Quando lo Stato arretra, avanza il fai-da-te. In assenza di un supporto informativo e psicologico adeguato sul territorio, la bussola diventa la Rete. Forum, gruppi privati sui social network, canali su Telegram. Si cerca conforto, si chiedono indicazioni su cliniche estere, nomi di medici, prezzi dei biglietti. Il costo per l’ottenimento di queste informazioni vitali è il baratto della propria privacy. Dati sensibilissimi e confidenze intime vengono esposti online, con il rischio perenne che restino incisi su server incontrollabili o finiscano esposti a ricatti e pregiudizi.

Mentre l’Italia arranca nelle sue storiche contraddizioni, l’Europa attorno a noi corre. Il 2025 ha visto la Francia blindare l’aborto nella propria Costituzione e quindici Paesi depenalizzare del tutto la pratica. La Spagna, pur dovendo fare i conti con i propri obiettori – tanto da correre ai ripari istituendo un registro nazionale nell’ottobre scorso – garantisce l’intervento fino alla quattordicesima settimana senza necessità di motivazione, e fino alla ventiduesima per motivi di salute. Si appoggia a un sistema misto, dove le cliniche private fungono da porto sicuro anche per le cittadine straniere. Destinazioni simili si trovano in Svizzera o in Gran Bretagna, dove i limiti temporali sono più elastici.

Alla fine, il conto si paga sempre di tasca propria. L’autodeterminazione, da diritto universale e gratuito garantito dal Servizio sanitario nazionale, si trasforma in un bene di consumo da acquistare all’estero. Chi ha i mezzi economici, paga e varca il confine. Le altre, semplicemente, restano qui. Ad arrangiarsi come possono, nel silenzio generale.

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