L’acqua alla gola (degli altri): dai furbetti di Vittel al grande scippo siciliano

L’acqua alla gola (degli altri): dai furbetti di Vittel al grande scippo siciliano

Da Vittel alla Sicilia, il grande inganno dell’oro blu: multinazionali e privati prosciugano le risorse e macinano profitti grazie a politici compiacenti e reti colabrodo, mentre ai cittadini restano rubinetti a secco e prediche sul risparmio.

E’ formidabile il copione che va in scena in mondovisione ogni volta che si parla di crisi idrica. Ai cittadini, i soliti fessi, si fa la predica: chiudete il rubinetto mentre vi lavate i denti, fate la doccia in tre minuti, raccogliete l’acqua piovana. Alle multinazionali, invece, si stendono tappeti rossi per prosciugare le falde acquifere in santa pace.

In Francia, nei ridenti Vosgi, la farsa ha raggiunto vette di tale surrealismo che il collettivo “Eau 88” ha dovuto organizzare un carnevale a Nancy per spernacchiare la Nestlé. Il colosso svizzero, quello che ha costruito la sua scintillante immagine “green” vendendo acqua in bottiglia, si trova a processo per discariche abusive spuntate magicamente nei pressi dei suoi stabilimenti di Vittel e Contrexéville. L’accusa, mossa dagli ambientalisti, è lapalissiana: estraggono molta più acqua di quanta madre natura riesca a rimetterne dentro. Dati alla mano, la Nestlé e il caseificio Ermitage si bevono allegramente il 50% delle risorse idriche locali. E indovinate un po’ chi ha chiesto ai residenti di tirare la cinghia e razionare i consumi? Il Comitato per l’acqua locale. E alle aziende? Silenzio di tomba.

La Repubblica delle Banane (all’acqua minerale)

Ma il vero capolavoro, degno di una repubblica delle banane ad alto tasso di colletti bianchi, è il monumentale conflitto d’interessi su cui si regge l’intera baracca. La consigliera dipartimentale che presiede la Commissione locale dell’acqua è anche vicesindaca di Vittel. Fin qui, la solita minestra politica. Ma, per non farsi mancare nulla, la signora è pure moglie di un alto dirigente ambientale di Nestlé Waters International. Il quale, per puro caso, è anche presidente dell’associazione “Vigie de l’Eau” (Sentinella dell’acqua, un nome, un programma).

A questa associazione, su richiesta delle autorità, è stato affidato il compito di elaborare il piano di gestione delle risorse idriche della zona. E chi siede nel consiglio di amministrazione dei “controllori”? Sei membri su undici lavorano o hanno lavorato per la Nestlé. Praticamente, il controllore e il controllato non solo dormono nello stesso letto, ma si scrivono pure le regole da soli, apparecchiandosi la tavola. Ecco perché i cittadini francesi chiedono l’impeachment dei responsabili e una moratoria sui prelievi.

Se Vittel piange, la Sicilia muore di sete

Ora, leggendo queste cronache d’oltralpe, a qualcuno dalle nostre parti fischieranno le orecchie. Perché se nei Vosgi si lotta contro l’estrattivismo privato, in Sicilia l’acqua è già un miraggio, vittima immolata sull’altare di un mix letale tra siccità endemica, incompetenze storiche e privatizzazioni mascherate. Se in Francia il collettivo scende in piazza contro la Nestlé, in Sicilia i cittadini scendono in strada, ma per rincorrere le autobotti private a 100 euro a viaggio.

Nell’Isola, attraversata dalla drammatica siccità del 2024-2026, l’oro blu è un affare d’oro per pochissimi e una condanna a secco per tutti gli altri. Mentre intere province, da Agrigento a Caltanissetta fino a Enna, vivono turnazioni idriche da Terzo Mondo – con l’acqua che sgorga dai rubinetti ogni dieci, a volte venti giorni – i signori dell’imbottigliamento locale e le grandi industrie continuano a fare affari stellari.

Le aziende private che estraggono e imbottigliano l’acqua minerale in Sicilia pagano canoni di concessione alla Regione che definire ridicoli è fargli un complimento: si parla di pochi millesimi di euro al litro. Per poi rivenderla, impacchettata nella plastica, agli stessi siciliani a peso d’oro nei supermercati. Perché l’acqua dal rubinetto non esce, e se esce non ti fidi a berla.

Il colabrodo d’oro

E guai a dimenticare il colossale paradosso delle infrastrutture gestite da Sovrambito, in primis Siciliacque (società nata mista, ma saldamente a maggioranza privata), che vende l’acqua all’ingrosso ai Comuni a tariffe tra le più alte d’Italia. Quest’acqua, pagata a caro prezzo, finisce poi immessa in reti idriche colabrodo che ne disperdono oltre il 50% prima ancora di arrivare nei lavandini delle case. I fondi pubblici, nazionali ed europei, per riparare gli acquedotti ci sarebbero anche, ma si inabissano regolarmente nei meandri della burocrazia palermitana, tra commissariamenti eterni e Consorzi di Bonifica che accumulano debiti anziché acqua.

Il filo rosso che unisce la Francia alla Sicilia è uno solo, evidente e insopportabile: la sistematica privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite. O, in questo caso, della sete. A Vittel combattono perché l’acqua venga riconosciuta davvero come bene comune e sottratta alle grinfie dei consigli d’amministrazione. In Sicilia, terra di gattopardi e tubature rotte, basterebbe cominciare col farla arrivare nei rubinetti senza dover arricchire il privato di turno. Ma, evidentemente, il conflitto d’interessi non ha confini nazionali.

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