In uscita a maggio “Crack, giovani, famiglie e dipendenze”. Una sfida alla pigrizia culturale dei nostri tempi, per non lasciare sole le famiglie nell’abisso della droga e richiamare l’informazione alle proprie responsabilità.
Il prossimo maggio presenterò il mio primo libro, un volume di circa 350 pagine dal titolo inequivocabile: Crack, giovani, famiglie e dipendenze. Durante tutta la sua stesura, tra la ricerca delle fonti e l’ascolto di chi mi ha fornito spunti, dati, notizie ed esperienze, una domanda mi ha accompagnato costantemente e continua a risuonare nella mia mente ora che le correzioni sono quasi ultimate: chi lo leggerà?
È un interrogativo che nasce da un’amara consapevolezza: in Italia si legge poco. Il vero ostacolo è una pigrizia culturale ormai endemica, alimentata dai social, dalla televisione e dal consumo compulsivo di video “fast food”, facili da ingoiare e da digerire.
Si tratta quindi dell’ennesimo libro sulla droga? No, l’obiettivo è un altro. Ho scritto per parlare ai giovani e alle loro famiglie, troppo spesso lasciati soli nel momento in cui il mondo crolla e ci si ritrova addosso i pezzi senza avere il tempo di schivarli. Ma voglio rivolgermi soprattutto a chi si sente al sicuro, a coloro che si credono “immuni” dal dramma della dipendenza, per scuotere le loro certezze e spiegare la realtà dei fatti.
C’è poi un messaggio diretto ai miei colleghi giornalisti. Trattare di droga e dipendenze non è una passeggiata: attira sufficienza e pregiudizio, spesso perché in molti parlano senza conoscere. Eppure, un tema così delicato, fatto di famiglie distrutte e giovani vite spezzate – specialmente dall’epidemia del crack – non può essere liquidato con pressapochismo, scarsa informazione o relegato alla sola cronaca nera.
Presenterò questo libro con l’entusiasmo della prima opera e la consapevolezza che leggerlo sarà, in fondo, una libera scelta. Ma il mio traguardo reale è un altro: lanciare un messaggio capace di viaggiare nel tempo. Spero che questo intreccio di storie, dati e riflessioni continui a navigare nel mare delle vite future, finendo tra le mani di chi saprà coglierne il valore e, magari, trovarvi un appiglio utile.
Vi allego l’introduzione. Con la speranza di spiegarmi meglio…
Tanto per cominciare…
L’ignoranza non è un vuoto passivo, è un’arma contundente. Non è la semplice assenza di dati, ma la presunzione di giudizio. Alla base dell’odio sociale non c’è quasi mai la conoscenza del nemico, ma la “distanza” di sicurezza da cui lo si osserva. È l’arroganza di chi disquisisce del naufragio standosene all’asciutto, infliggendo dolore a chi, in quel mare di fango, sta affogando davvero.
Questa distanza non è neutra: è colpevole. È un odio irresponsabile? Tutt’altro. La responsabilità è piena e risiede interamente nella violenza del parlare senza sapere. Razzismo, stigma sulla tossicodipendenza, omofobia, discriminazioni LGBT: cambiano i bersagli, ma il meccanismo è identico. È la difesa armata del perimetro della “normalità”, quel bagaglio velenoso di ciò che si ritiene “ordinario” e dunque accettabile. Chiunque esca da questo recinto statistico diventa una minaccia da abbattere, non perché sia pericoloso, ma perché è incompreso.
Bisogna però fare una distinzione tassonomica nel bestiario umano. Esiste l’odio generato dalla pura cattiveria, quella che colpisce conoscendo perfettamente l’anatomia della vittima ed i suoi punti deboli. Il sadico, il malvagio d’indole, studia il bersaglio per massimizzare il dolore; la sua è una crudeltà lucida, quasi onesta nel suo essere fine a se stessa. L’odiatore ignorante, invece, è più insidioso. È un analfabeta dell’empatia che spara nel mucchio convinto di difendere un valore. Il cattivo non ha bisogno di scuse; l’ignaro sì. E la sua colpa è imperdonabile perché aveva l’obbligo morale di informarsi prima di aprire bocca, di accorciare quella distanza prima di giudicare. Invece ha scelto la comodità del pregiudizio, trasformando la sua pigrizia intellettuale in una sentenza di condanna per gli altri.
Giuseppe Bevacqua

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