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Nomine di Fine Mandato: Lo Schiaffo di Federico Basile alla Città.

redazionevocedipopolo - Marzo 1, 2026
giorgianni2

Assegnare incarichi cruciali a un passo dall’addio non è ordinaria amministrazione, ma un’ipoteca sul futuro di Messina. Così il Palazzo tradisce la trasparenza e calpesta le regole non scritte del garbo istituzionale. Il sintomo di una politica che confonde il servizio pubblico con la proprietà privata.

Ci sono città che si ribellano e città che si consegnano.
Messina non appartiene alla categoria delle città rassegnate, e chi lo pensa non la conosce.
È una città ferita, tradita troppe volte, ma non domata.
Una città che può tacere per un po’, ma non abdica mai al diritto di indignarsi.

Ed è proprio per questo che quanto accade in queste ore appare ancora più grave e sfrontato.
Un sindaco dimissionario continua a distribuire nomine come un giocatore che lancia le ultime fiches non per vincere, ma per blindare ciò che può prima che la porta si chiuda alle sue spalle.

Un sindaco dimissionario dovrebbe essere limitato all’ordinaria amministrazione.
Dovrebbe chiudere con sobrietà la propria stagione, garantire i servizi essenziali, non lasciare trappole istituzionali a chi verrà dopo.
Non dovrebbe — non potrebbe — prendere decisioni che peseranno per anni sulla città.

E invece lo fa.
Lo fa mentre la città sta per essere affidata a un commissario, figura neutra e di garanzia che dovrebbe traghettare Messina verso le urne.
Una parentesi istituzionale che lui sembra ignorare deliberatamente, muovendosi come se fosse già scontato il proprio ritorno a Palazzo Zanca.

E dentro questa forzatura se ne aggiunge un’altra:
è quantomeno opinabile procedere a nomine così delicate senza un avviso pubblico, lo strumento minimo di trasparenza che consente alla città di vedere, valutare, partecipare.
Un avviso che il Comune di Messina ha già utilizzato in passato, proprio per garantire apertura, controllo e decenza amministrativa.

Saltarlo oggi significa rinunciare volontariamente a un presidio fondamentale della Pubblica Amministrazione:
il principio di trasparenza e imparzialità, quello che impone di rendere conoscibili le scelte, verificabili le procedure, accessibili le opportunità.
Principi non negoziabili, perché senza trasparenza e imparzialità la legalità diventa un involucro vuoto.

ATM, AMAM, MessinaServizi, Social City, Arismè, Patrimonio.
Più che un elenco di aziende pubbliche, la mappa di un potere da difendere.
Nomi che ritornano, fedeltà che si consolidano, ruoli che scorrono sempre dentro lo stesso circuito:
ti nomino, mi sostieni, ti ricandido, ti rinnomino.

Non amministrazione: autoprotezione.
Sopravvivenza della propria specie politica.

E la città? Assiste, paga, sopporta.
Ma non dimentica.

Qui bisogna dirlo senza giri di parole:
le partecipate non sono state usate come strumenti della città, ma come strumenti di controllo della città.
Un meccanismo che seleziona fedelissimi, consolida dipendenze politiche, crea cerchie chiuse e impermeabili alla verifica pubblica.
Un sistema che ha trasformato i servizi pubblici in leve di comando.
Un sistema che sopravvive anche quando cambia il sindaco, proprio perché radicato dentro le aziende che dovrebbero servire i cittadini.

Le nomine dell’ultima ora non sono scelte amministrative:
sono un tentativo di non perdere il controllo della macchina neppure durante il commissariamento.
Non è gestione pubblica: è resistenza interna.

Il punto non è la natura degli incarichi, ma la loro logica.
Non è cosa si nomina, ma perché e quando lo si nomina.
Un sindaco dimissionario che compie scelte irreversibili compie un abuso politico, non tecnico:
l’abuso che non viola la norma, ma ne calpesta lo spirito.
Quello che non si vede subito, ma si sente per anni.

Messina arriva alle urne con un copione già scritto, con poltrone già occupate, con equilibri blindati.
È il trucco più vecchio del potere debole: apparecchiare il tavolo prima della partita.

Ma c’è un luogo dove nessun sistema di controllo riesce a mettere radici: la cabina elettorale.
Lì non esiste fedeltà che tenga.
Non esiste pressione.
Non esiste rete di amici del potere che possa influenzare la mano dell’elettore.

Messina è stata trattata da suddita, ma nel segreto dell’urna saprà ribellarsi come fanno le città stanche di essere calpestate.
E condannerà questa gestione senza sconti, senza scuse, senza possibilità di ricominciare da capo.
Perché un sistema di potere può controllare nomine, partecipate e fedeltà.
Ma non può controllare un popolo quando decide di rialzarsi.

La città tace, sì.
Ma l’urna — quando decide — non fa prigionieri.

E c’è un passaggio che supera nomi e incarichi, e definisce la questione politica fino in fondo:
questa vicenda misura la distanza tra chi considera il potere un servizio e chi lo considera una proprietà.

urna elettorale 1

Le nomine dell’ultima ora non sono un incidente:
sono la cartina di tornasole di un metodo, di una cultura politica che non riconosce limiti né istituzionali né morali.
Una cultura che confonde la città con un’estensione di sé stessa, le aziende pubbliche con un prolungamento del proprio cerchio ristretto, e i cittadini con spettatori muti da mettere davanti al fatto compiuto.

Messina non ha bisogno di chi occupa.
Messina ha bisogno di chi serve.
Non ha bisogno di chi si garantisce il futuro piazzando fedelissimi.
Ha bisogno di chi restituisce ai cittadini la libertà di scegliere il proprio domani senza trappole già predisposte.

Questa è la sfida vera che si apre adesso:
liberare la città da un sistema che controlla tutto e non risponde a nessuno.
Rimettere al centro trasparenza, imparzialità, legalità, merito, rispetto.
Dimostrare, una volta per tutte, che il potere è un mandato, non una proprietà.

E se il Palazzo non lo capisce,
sarà l’urna a ricordarglielo.

Tag: Entertainment, Magazine, TechNews

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