Il capolavoro persiano: cronaca di un disastro annunciato
Ci avevano spiegato che i grandi strateghi dell’Occidente avevano tutto sotto controllo, che la diplomazia lavorava sottotraccia e che la pace globale era blindata. Poi, puntuale come le tasse, è arrivato il 28 febbraio 2026. Stati Uniti e Israele hanno deciso di esportare un po’ di stabilità a suon di bombe sull’Iran, ridisegnando i confini del Medio Oriente col sangue. E l’Italia? L’Italia, culla del diritto e faro della civiltà, si è fatta trovare pronta, trincerata nella sua fortezza inespugnabile: il teatro Ariston.
Mentre i cacciabombardieri inceneriscono siti militari (e civili) e l’asse geopolitico mondiale si capovolge, l’italiano medio è incollato al divano, dilaniato da un amletico dubbio: chi vincerà il premio della critica? Delle vittime stritolate sotto il regime degli Ayatollah, così come dei “danni collaterali” polverizzati dai missili democratici a stelle e strisce o israeliani, francamente, ce ne frega il giusto. Molto meglio scannarsi sui social per un televoto truccato o per l’outfit del super-ospite. È l’emblema plastico di un Paese felicemente anestetizzato, una nazione che balla sul Titanic cantando a squarciagola il ritornello dell’estate, fieramente incapace di accorgersi dell’iceberg che le sta sventrando la chiglia.
Il triangolo dei fuochi e i geni della Casa Bianca
I luminari della politica estera ci avevano venduto un Medio Oriente ormai pacificato, tutto sorrisi e Accordi di Abramo. La realtà li ha smentiti con la consueta spietatezza. Israele ha deciso di risolvere il “problema iraniano” alla radice, rivendicando il diritto di piallare una minaccia esistenziale. Washington, dal canto suo, non si è fatta pregare: asseconda e guida l’attacco, cogliendo la palla al balzo per dare una sforbiciata ai rifornimenti energetici che Teheran garantisce a mezza Asia.
In mezzo, a fare la figura dei vasi di coccio, ci sono i Paesi arabi del Golfo. Quelli che dovevano essere gli spettatori privilegiati (e intoccabili) del nuovo ordine. E invece si ritrovano a fare da bersaglio. L’Iran ha risposto sganciando missili sulle basi americane in Qatar, Bahrein ed Emirati Arabi. Le petromonarchie, che pure avevano implorato gli Usa di non fare sciocchezze, ora pagano il conto salatissimo della loro “ospitalità” militare.
Hormuz e l’inflazione d’esportazione
Naturalmente, questo capolavoro tattico ha conseguenze che vanno ben oltre qualche cratere fumante nel deserto. Lo Stretto di Hormuz, l’arteria giugulare dell’energia mondiale, è paralizzato. Chiudere quell’imbuto significa strozzare l’esportazione globale di petrolio e gas liquefatto. I mercati sono nel panico più totale, le speculazioni ringraziano e l’Europa – Italia in testa – si prepara ad accogliere a braccia aperte l’unica vera certezza di queste fulgide operazioni militari: un’inflazione a due cifre. Se l’obiettivo dei nostri strateghi era stabilizzare l’economia, bisogna ammettere che dare fuoco alla pompa di benzina è una mossa di innegabile originalità.
L’Italietta del “monitoraggio”
E in questo titanico scontro che cambia le sorti del pianeta, la nostra classe dirigente cosa fa? Quello che le riesce meglio: il pesce in barile. La Farnesina si affretta a dichiarare che “monitora la situazione minuto per minuto”, la solita formula magica che serve a coprire un vuoto cosmico di idee e di peso politico. Il ministro degli Esteri lancia appelli ai connazionali in Iran suggerendo di “restare a casa”, un consiglio da vero statista che rassicura tutti. Nel frattempo, scopriamo che il ministro della Difesa Crosetto (con famiglia al seguito) è rimasto bloccato a Dubai con lo spazio aereo interdetto per via dei missili, scatenando il consueto, immancabile teatrino delle polemiche romane su chi debba fare cosa.
Siamo politicamente irrilevanti, economicamente succubi delle mosse di Washington e terrorizzati dalla bolletta del gas che ci aspetta al varco. Ma in fondo, al nostro Paese va benissimo così. L’importante è non disturbare il manovratore, sperare che le schegge non ci arrivino in salotto e, soprattutto, alzare il volume del televisore. C’è la proclamazione della canzone sanremese dell’anno, non vorremmo mica farci distrarre dall’Apocalisse.
