Leggo che ”Libertà di stampa e rispetto delle istituzioni devono camminare insieme”. Un principio sacrosanto, ma che non può essere a senso unico: il rispetto deve essere reciproco.
Ritengo che la stampa abbia il diritto, e il dovere, di scegliere cosa pubblicare. Deve essere libera di valutare la rilevanza di un fatto senza dover rispondere a logiche di compiacenza. Soprattutto, la stampa non può piegarsi di fronte agli insulti, né può essere liquidata come “pseudo-informazione” solo perché sceglie di non assoggettarsi al potere di turno che poi si lamenta di non essere stato “pubblicato” integralmente.
Fare informazione non significa essere meri passacarte. Non è stampa il riversare acriticamente negli articoli le “veline” preconfezionate dagli uffici stampa o dai palazzi del potere. Il ruolo impone l’analisi, il filtro e, quando necessario, il dissenso. Se viene meno la funzione critica, viene meno la democrazia.
Pertanto non può esistere ordinanza, decreto o legge che possa scalfire il principio supremo della libertà di espressione e di opinione. Quando il confronto viene sostituito dal diktat, ritengo fermamente che la risposta deve essere netta.
Se il prezzo della presenza è il silenzio o la sottomissione, è preferibile la coerenza: sarei pronto ad alzarmi e andarmene, o a non presentarmi affatto. Perché la dignità non è negoziabile.
