La minaccia, agitata per decenni come arma di ricatto nello scacchiere geopolitico, è diventata realtà: le Guardie della Rivoluzione iraniane hanno chiuso lo Stretto di Hormuz. Si tratta di una mossa destinata a provocare un terremoto sui mercati energetici globali, paralizzando un corridoio vitale che collega il Golfo con Asia, Europa e Nord America. Non a caso, l’Energy Information Administration (Eia) statunitense lo ha più volte definito “uno dei più importanti colli di bottiglia petroliferi al mondo”.
I numeri del blocco
Lo stretto si estende per 560 chilometri, con una larghezza massima di 320: un braccio di mare paragonabile per dimensioni al nostro Mare Adriatico, ma dal peso strategico incalcolabile.
- Petrolio: Attraverso queste acque transita circa un quinto del greggio consumato a livello globale, con una media impressionante di 20 milioni di barili al giorno.
- Gas Naturale Liquefatto (GNL): Stesso discorso per il gas. Circa un quinto del commercio mondiale di GNL (dati 2024), proveniente in massima parte dal Qatar, passa da qui.
L’impatto sui mercati e l’ombra di Pechino
A tremare sono soprattutto le potenze asiatiche, a cui è destinato oltre l’80% del petrolio e del gas in transito. Se da un lato gli Stati Uniti guardano con estrema preoccupazione all’escalation, dall’altro la Cina – che è il primo beneficiario delle esportazioni energetiche iraniane – risulterebbe tra i Paesi in assoluto più danneggiati da un blocco prolungato delle rotte marittime.
Un azzardo per Teheran
Sebbene sia la carta più pesante del mazzo iraniano, la chiusura di Hormuz rappresenta un azzardo senza precedenti. Il passaggio è fondamentale per le stesse esportazioni della Repubblica Islamica, tanto che gli analisti hanno più volte definito un blocco totale come un potenziale suicidio economico per il Paese.
La storia di questo braccio di mare è costellata di avvertimenti: dal 1979 a oggi, Teheran ha minacciato di interrompere i transiti in circa venti occasioni, a partire dagli anni della sanguinosa guerra contro l’Iraq (1980-88). Le tensioni si sono riaccese con maggior frequenza dopo la crisi economica del 2008, registrando un picco di massima allerta tra il 2018 e il 2022. In quel quadriennio, l’Iran non esitò a prendere di mira – direttamente e tramite le milizie alleate in Iraq e Yemen – gli interessi petroliferi occidentali negli Emirati e al largo delle coste di Abu Dhabi.
Le rotte alternative: una valvola troppo stretta
Proprio sulla scorta di queste continue minacce, potenze regionali come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno cercato negli anni di mettersi al riparo. Riad e Abu Dhabi hanno dirottato una parte del traffico di greggio via terra, sfruttando oleodotti strategici:
- L’asse saudita: Taglia il regno da est (sul Golfo) a ovest (fino al Mar Rosso).
- L’asse emiratino: Aggira l’imbuto di Hormuz passando alle sue spalle, sversando il greggio direttamente verso l’Oceano Indiano.
Tuttavia, queste soluzioni logistiche rappresentano una toppa troppo piccola per una falla così grande. Secondo l’Eia, l’attuale capacità di transito alternativa si ferma a circa 2,6 milioni di barili al giorno. Troppo pochi per rassicurare un mercato che da oggi si ritrova improvvisamente a corto di energia.

