Tutti uguali sotto un accappatoio bianco. Nel più grande bordello d’Europa, tra saune e stanze a tempo, va in scena il mercato delle fragilità: chi scappa dai ricordi e chi cerca l’indipendenza economica, uniti dal bisogno di un’imitazione della felicità.
C’è un grande edificio incastonato tra le montagne austriache, lontano dal clamore delle metropoli. Fuori ci sono i boschi silenziosi, la natura che riposa, l’aria pungente. Dentro, invece, c’è una fabbrica dei desideri che non si ferma quasi mai. Lo chiamano “Wellness Center”, centro benessere. È una zona grigia, tollerata e perfettamente legale, ma in realtà è uno dei bordelli più grandi d’Europa. Un posto aperto trecentosessantaquattro giorni all’anno, dove ogni giorno mille uomini varcano la soglia per comprare ciò che la vita, fuori da quelle mura, ha smesso di regalare loro.
Il biglietto d’ingresso costa novanta euro. Dà diritto al buffet, alle saune, ma soprattutto all’accesso a un palcoscenico in cui si recita a soggetto. C’è un rito di svestizione che sa di livellamento sociale: gli uomini lasciano gli abiti negli armadietti, e con essi i titoli, i mestieri, le miserie di tutti i giorni. Indossano un accappatoio bianco e un paio di ciabatte. Diventano tutti uguali. Ombre bianche che si aggirano tra i corridoi, la piscina e i divanetti, cercando uno sguardo tra le oltre cento ragazze in lingerie che passeggiano sotto le luci soffuse.
C’è un pensionato italiano. Ha più di sessant’anni, viene qui da quando il locale ha aperto le porte. Ha una faccia mite e modi pacati. Spiega che ha speso in questo posto i soldi con cui avrebbe potuto tranquillamente comprarsi un appartamento, ma non ha rimpianti. «Stacco il cervello dalla vita quotidiana», dice. È stato sposato vent’anni, non cerca legami duraturi, ma nemmeno una semplice ginnastica fisica. Cerca il contatto. Una carezza, un abbraccio. Racconta che, a volte, è persino lui a fare i massaggi alle ragazze. Paga per poter dare piacere, per sentirsi ancora utile e accolto, prima di dover fare i conti con il trauma del ritorno a casa, nella vita reale. Un antidoto contro la depressione e la solitudine, lo definisce.
Poi ci sono loro, le ragazze. Ne incontro una, ha diciannove anni, romena cresciuta in Italia. I lineamenti sono ancora quelli di una bambina, ma le parole sono di un’adulta che ha già fatto i conti con il mondo. Alla famiglia racconta una mezza verità: «Dico che lavoro in Austria, al bar». Il suo corpo è lo strumento per raggiungere un obiettivo preciso: comprarsi una casa, una macchina, mettersi in proprio. «Massimo tre anni e poi smetto», giura a sé stessa. Le chiedo se c’è spazio per il sesso, fuori di qui. Scuote la testa: non ne sente il bisogno. A volte, confessa, il peso dei giudizi e l’aridità di certi clienti frantumano la corazza. «Ci sono serate in cui torno a casa e piango». Ma l’indipendenza economica, dice, è un’arma potentissima. E per lei, in questo momento, quella è l’unica forma di felicità possibile.
A vegliare su questo strano ecosistema c’è Cristiano, italiano anche lui. Dal suo punto d’osservazione vede tutto. Vede l’illusione delle giovani che arrivano pensando ai “soldi facili” e fuggono subito, spaventate dalla fatica di dover assecondare le fantasie più oscure di sconosciuti. Vede quelle che restano, sdoppiando la propria personalità pur di non farsi intaccare l’anima. Sulle pareti delle trentacinque stanze da letto c’è un bottone rosso, un “SOS”, per i momenti in cui la finzione sfugge di mano e la sicurezza delle ragazze vacilla. E c’è un esercito di addetti alle pulizie che, instancabile, interviene a cancellare ogni traccia: sudore, lenzuola sgualcite, resti di vite consumate in fretta e oggetti bizzarri abbandonati nei cestini.
In una saletta vip, l’acqua di una vasca idromassaggio riflette le luci al neon. Un altro cliente, un uomo d’affari assorbito dai suoi progetti, viene qui per vivere una realtà virtuale. «Non credo più all’amore», sussurra. Quella che cerca è una tregua, un luna park per adulti dove la mente va in stand-by e tutto è controllabile, a tempo determinato. La ragazza che è con lui lo ascolta paziente. In fondo, la transazione comprende anche questo: la pazienza di prestare orecchio a chi, nel mondo di fuori, non ha più nessuno disposto a farlo.
Alla fine, camminando per questi settemila metri quadrati senza tempo, dove le luci non cambiano mai per non far pesare lo scorrere delle ore e cancellare l’ansia del domani, si capisce una cosa. Questo non è un luogo da condannare o da assolvere con troppa facilità. È un enorme specchio delle nostre fragilità. Le donne che lo abitano sacrificano il loro presente per potersi comprare un futuro. Gli uomini che le cercano pagano il presente per potersi nascondere dal proprio passato.
La felicità, quella vera, quasi certamente non abita in queste stanze. Ma per chi ha smesso di cercarla nella vita reale, questo posto offre un’alternativa pietosa e rassicurante: un luogo in cui, per qualche centinaio di euro, la si può almeno imitare.
Tratto dal video Youtube
