di Giuseppe Bevacqua
Ci sono voluti anni. Anni, perché anche per me diventasse, semplicemente, Mariuccia.
Accadde, se c’è un momento esatto in cui accadono queste cose, il giorno in cui morì mia madre. Fu il suo abbraccio. Un abbraccio che sgretolò quel muro di lacrime che non volevano saperne di scendere. E lì, in quel gesto, si rimpicciolì d’improvviso la solitudine. Quella vertigine esatta che ti prende quando diventi orfano, per la spietata, naturale regola del mondo.
Di Mariuccia, io mi ricordo i silenzi. Erano silenzi densi, immobili. Carichi di una consapevolezza muta: roba che non diceva, ma che ti arrivava addosso con una chiarezza spaventosa. E poi la compostezza. Una compostezza disperata, abissale. Perché perdere un figlio è una cosa che ti piega, ti flette fino a farti baciare la terra. Ma perderne due. Perderne due ti frantuma il cuore. Esattamente così: lo frantuma. E il suo, di cuore, non lo rimise più insieme nessuno. Mai più.
Era un esercizio impossibile, contare i tagli sulla sua anima. Ferite irredimibili che si portava addosso con un pudore assoluto, in silenzio. Le potevi solo intuire, di sfuggita, dietro la curva di certi sorrisi che sul suo viso, ormai, nascevano già stanchi. Non si allargarono mai più, quei sorrisi. Si spegnevano appena un attimo prima di sbocciare, lasciando trasparire il sangue di un destino che aveva inciso troppo a fondo. E intanto i suoi occhi, fermi, dicevano solo questo: “Niente, niente di peggio potrà mai più accadere”.
Così si era messa a contare. Gli anni, i giorni. Persino i minuti. Seduta su quel divano, lo sguardo vuoto, gli occhi piantati in un altrove che vedeva solo lei. Era uno svanire lento, il suo. La forza che se ne andava, a goccia a goccia. Dietro a quello sguardo perso c’era, ostinata, una sola promessa. Un pensiero incandescente: “Ancora poco. Ancora poco, e ci rivedremo”.
E oggi, oggi era quel giorno.
La luce, quella luce fioca che le era rimasta addosso, si è spenta. Ma con una leggerezza assoluta. Una gentilezza dolce. Mariuccia, semplicemente, ha deciso che era ora di smettere di guardare il mondo. Ha chiuso gli occhi, lievemente. In punta di piedi, con quell’infinita discrezione che era la sua cifra, ha varcato la soglia. Una porta che aspettava da tempo immemore di aprirsi. Ha cominciato a salire i gradini di quella scala, sapendo, con certezza millimetrica, che in cima c’erano due ragazzi ad aspettarla. Per farsi riabbracciare. Ed è andata esattamente così.
Fai buon viaggio, Mariuccia. E saluta per noi i tuoi adorati Enzo e Carlo. A noi, loro, sono mancati sempre. Come, da questo esatto istante, mancherai anche tu.
