di Giuseppe Bevacqua
Accadeva così.
C’era una radio, in cucina, che gracchiava un qualche tipo di musica o di voce, un suono sporco che riempiva l’aria. E c’erano quelle mattonelle, in bagno: verde chewing-um. Un colore improbabile, quasi ipnotico. Mio padre stava lì, davanti allo specchio, e spianava sul viso strisce di schiuma bianchissima, con una sapienza antica, un gesto che sapeva di rito. Poi arrivava il rasoio — u rasolu — e con un movimento lento, una striscia alla volta, lui si riprendeva il suo volto. Io restavo sulla soglia di quel minuscolo servizio, immobile, a guardare quegli occhi: blu, lucidi, non ancora annacquati dal tempo. “Chi fai Pippi?” mi diceva mio padre senza nenahce guardarmi. Era un altro modo di comunicare, un altro tipo di affetto: riservato ed appena abbozzato. E doveva bastare. Neanche criticabile.
Era la domenica. Aveva un passo diverso, la domenica.
In cucina mia madre, con la “vesta” arancione, “rumeggiava”, come si dice giù da noi. Era un suono acuto di stoviglie, un concerto metallico di pentole che scivolava per tutto il piccolo trivani. Il pranzo della domenica era una promessa, frugale ma una certezza. E proprio da lì, da quella cucina, si apriva la mappa della mia prima amicizia: il cortile interno. A me sembrava sterminato, e invece era solo lo spazio dove mia madre stendeva il bucato, affacciata a quel balcone minuscolo, tirando fuori i panni da una lavatrice sgangherata che supplicava riparo, abbandonata alle intemperie. Altro che “messa a norma”. Per questo siamo dei “sopravvissuti” noi bambini di allora.
E poi c’era lui, Tani Fidanza. Il mio amico. Stava lì, ad aspettare, al piano di sotto, esattamente di fronte a me. “Ciao Tani”, un gesto con la mano, un sorriso e questo era tutto e ci bastava.
Era lieve, la domenica. Unica. Irripetibile. Se guardo a quello che vivono i miei figli, oggi, lo capisco ancora di più. Era un’altra vita, ed era un altro il suo senso. Saper stare in quello che c’era. Non lamentarsi mai. Il rispetto sovrano per i miei genitori, che erano semplicemente quello che erano, e io li amavo per questo. Senza condizioni. C’era un’atmosfera che regalava la tranquillità dell’unione, magari solo apparente, ma anche così sacra ed inviolabile, mentre fuori, tutto intorno, il mondo correva. E cambiava.
Erano gli anni ’60. L’età in cui la speranza la potevi quasi toccare, in cui il futuro era una percezione esatta. Una promessa fatta di illusioni, ma che potevano anche diventare certezze miracolose.
Oggi è un’altra storia. Un’altra geografia.
L’abbiamo persa, quella semplicità. Abbiamo smarrito il rispetto, la solidarietà. Al loro posto è scesa una diffidenza muta, una rabbia incastrata da qualche parte che non sappiamo nemmeno spiegarci. Non ci sono più, quei condomini a ringhiera. Quelli in cui bastava stendere una camicia per parlarsi, per condividere un pezzo di vita senza il terrore di farlo. Quelli in cui la solidarietà era il pane quotidiano. Spezzato e diviso in comune. Niente pregiudizi. Niente paura, niente inutile, egoista riservatezza.
In sessant’anni il mondo ha cambiato traiettoria. Anzi, si è rovinato.
Mi sento vecchio, a metterlo per iscritto. Vecchio per davvero. Ma io ci sono stato, in quel mondo di sessant’anni fa. L’ho vissuto. E posso dirlo, con precisione: la mia non è un’esagerazione. È solo semplice, magnifica e insopportabile nostalgia.
