I dati smentiscono l’apatia della Gen Z: i ragazzi vogliono partecipare ma trovano le porte sbarrate da un sistema blindato. Il monito per le istituzioni è chiaro: vietato offrire un’inclusione di facciata, le false promesse non saranno perdonate e decreteranno la fine del patto generazionale.
Smettiamola di trincerarci dietro l’alibi della Generazione Z incollata agli smartphone e disinteressata alla cosa pubblica. È una narrazione di comodo, utile soprattutto ad assolvere una classe dirigente che non sa – o non vuole – cedere il passo. I dati smentiscono categoricamente questo stereotipo: oltre tre giovani su quattro si dichiarano interessati alla politica. Leggono, si informano tramite i nuovi opinion leader della rete, boicottano prodotti per ragioni etiche e partecipano attivamente ai dibattiti digitali. La voglia di esserci è palpabile. Il problema, semmai, è che i palazzi del potere hanno le porte sbarrate.
Siamo di fronte a un paradosso democratico. Da un lato c’è una spinta partecipativa inedita che viaggia su binari digitali e su nuove forme di attivismo organizzato, come dimostrano le migliaia di istanze programmatiche raccolte e portate all’attenzione delle istituzioni da associazioni come 20e30. Dall’altro, c’è un respingimento sistemico da parte della politica tradizionale. Oltre il 62% delle nuove generazioni ha maturato una profonda e lucida consapevolezza: l’Italia non offre loro nessuno spazio di azione reale.
I numeri della nostra rappresentanza sono la fotografia impietosa di questa chiusura. In un Parlamento con un’età media superiore ai 51 anni, gli under 30 si contano letteralmente sulle dita di una mano.
I ragazzi sono considerati perfetti per il volantinaggio elettorale, ottimi per riempire le sedie vuote alle convention, o magari ideali come target da accalappiare rincorrendo i trend di TikTok con balletti e slogan svuotati di ogni contenuto, ma anche strumentali per la creazione di liste senza alcun peso e futuro politico sotto elezioni. Fumo in faccia e creazione di false aspettative. Una crudeltà cinica e scientifica. Perché quando si tratta di candidature, quelle vere, e posizioni di comando, scatta il dogma dell’inesperienza. Un’inesperienza cronica, ovviamente, visto che tenendoli ai margini nessuno potrà mai formarsi sul campo.
La frustrazione generata da questo immobilismo si trasforma in rapida disillusione. La sfiducia non è rivolta all’idea di democrazia, ma a un apparato istituzionale percepito come un sistema chiuso, concentrato sulla conservazione di potere e privilegi. La memoria recente della proroga per i dirigenti pubblici in età pensionabile, confermata fino alla fine di questo 2026, è il simbolo lampante di un ricambio generazionale costantemente e volutamente rimandato.
Di fronte a un ascensore sociale bloccato e a un Paese avaro di meritocrazia, la risposta di sei studenti su dieci è drammaticamente pragmatica: fare le valigie e cercare futuro all’estero, arricchendo altre nazioni con le menti e le competenze formate a spese del nostro Stato, condannandoci a un inesorabile invecchiamento demografico e industriale.
In questo scenario di profonda frattura, c’è un imperativo categorico che la classe dirigente attuale deve scolpirsi in mente, una regola aurea per evitare il tracollo definitivo del patto sociale: mai illuderli, perché non lo dimenticheranno.
Promettere rinnovamento per poi blindare i vertici, usare il linguaggio dei social per simulare vicinanza senza offrire riforme strutturali pensate per loro, fingere ascolto e coinvolgimento diretto in campagna elettorale per poi girarsi dall’altra parte un minuto dopo il voto, non sono solo mosse ciniche: sono atti di auto-sabotaggio. I giovani hanno tutti gli strumenti per decodificare l’ipocrisia. Un’inclusione di facciata, usata come specchietto per le allodole, produrrà un effetto boomerang devastante, radicalizzando il distacco e trasformando l’attuale disincanto in un definitivo strappo democratico.
Investire sulla partecipazione giovanile reale non è una concessione paternalistica, ma una necessità vitale per la sopravvivenza del Paese. Le nuove generazioni sono pronte a sedersi al tavolo e a prendere decisioni. Ora sta alla politica scegliere se aprire finalmente quella porta o se continuare a barcollare verso il declino, condannandosi all’irrilevanza in un Paese sempre più vecchio e rassegnato.


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