di Giuseppe Bevacqua
Funziona così. Noi passiamo la vita a credere che alla fine ci sia una geometria, un calcolo esatto che metta al loro posto le cose. Ma non c’è giustizia, in quella roba lì che chiamiamo morte. Non c’è mai.
Perché tu la aspetti come un punto, alla fine della riga, e invece non risolve niente. Non è un accordo perfetto che chiude la partitura, non scioglie il nodo. È uno strappo sulla tela, un suono che si strozza in gola prima di diventare parola. Non è mai risolvente.
E non porta sollievo. Ce la raccontiamo, questa magnifica illusione della pace, del grande riposo. Ma non c’è nessuna carezza, in quel precipitare. Ti toglie la fatica, certo, ma ti porta via anche le mani che la stringevano. Non c’è sollievo nel vuoto che si spalanca d’improvviso e si prende tutto.
Non ti riconcilia con un bel niente, la morte. I conti in sospeso, i rancori, gli amori che hai lasciato a metà strada, le parole rimaste incastrate sui denti… restano lì. Intatti. Sparsi sul tavolo come carte di una partita interrotta. Non c’è un perdono misericordioso, nell’ombra che scende. Non è mai riconciliante.
E soprattutto, non è dirimente. Non scende giù come una lama a separare la ragione dal torto, non fa chiarezza nel grande mare delle nostre vite. Ti lascia al buio, con la scacchiera rovesciata, senza darti la risposta che stavi aspettando per una vita intera.
E capisci, non è mai conforto. Non è la coperta calda che ti tiri addosso quando piove, e non è neppure vendetta, una rivincita finale su chi ti ha rubato i giorni. Non pareggia i conti. Semmai, li lascia lì, sospesi nell’aria, a dondolare nel vento.
Però c’è una speranza, in fondo a questa vertigine. La speranza sottile che, scivolando via, perdendo peso e divenendo finalmente essenza, si possa arrivare a comprendere. Capire, per davvero, quello che questa vita – meravigliosa, tremenda, giusta o ingiusta che sia stata – ha ostinatamente rifiutato di tributarci, o ha ecceduto nel riconoscerci. Come se all’improvviso, senza più il rumore del mondo addosso, tutto il disegno diventasse chiaro.
È un gioco strano, misurato su una stadera illegale. Una bilancia storta, che si ostina a pesare il dolore molto più di tutto il bene. Molto più del bene che, chi ci ha amato per davvero, ha permesso che potessimo ricevere, raccogliere con le mani a coppa. Ma è proprio quel bene lì che noi prendiamo. Ce lo infiliamo in tasca, di nascosto, e lo portiamo via con noi, nel buio. A lenire il nulla. A renderlo un posto appena più tiepido in cui stare, a giacere, nella speranza che sia luce.
