Tratto dal mio libro di prossima pubblicazione “CRACK: giovani, famiglie e dipendenze
Come si traduce l’abisso per chi passeggia distratto in superficie? È da questa impossibilità comunicativa che dobbiamo partire.
Il “dramma della droga” è un titolo da telegiornale che scorre mentre si cena, un rumore di fondo coperto dal chiacchiericcio dei benpensanti. La distanza non è geografica, è immunitaria: ci si illude che il contagio riguardi sempre “gli altri”, quella categoria astratta di sfortunati o viziosi, ignorando che il mostro respira sul nostro stesso pianerottolo. Più vicino di quanto la nostra coscienza borghese sia disposta ad ammettere.
L’uso di stupefacenti non è un marchio a fuoco, almeno all’inizio. Non è una cicatrice esposta. È un virus silenzioso che lavora nell’ombra finché non diventa abuso; e quando la cicatrice affiora, è perché sotto la carne è già andata in cancrena. I nostri figli che si bucano o fumano pietre portano dentro un disagio che è un conto alla rovescia verso l’autodistruzione. E noi genitori? Siamo colpevoli. Colpevoli di cecità, colpevoli di aver scambiato il silenzio della cameretta per ranquillità, quando era solo isolamento.
Ma il banco degli imputati è affollato. Lo Stato siede in prima fila, complice per omissione. È un Leviatano pigro che preferisce gestire la micro-criminalità piuttosto che dichiarare guerra ai cartelli. Perché la droga, diciamolo con cinismo, è un farmaco sociale: riempie i vuoti economici, tappa le falle della disoccupazione che altrimenti porterebbero alla rivolta o alla rapina a mano armata. Lo spaccio è un welfare criminale silenzioso. Chi vende morte non fa rumore: non rapina banche, non sequestra persone. Esige il silenzio e offre silenzio. Un’aggressione nel quartiere attira le sirene; la vendita di un “ventino” di crack garantisce la pace sociale e il pane in tavola.
E’ sbrigativo? Un concetto, questo, che può apparire inverosimile. Ma invece rappresenta non tanto quel che si vorrebbe fare, ma quel che si riesce a fare con il poco di risorse che le forze dell’ordine hanno a disposizione. E’ una guerra impari. E non sempre la magistratura sembra comprendere chi opera sul campo. Lo spaccio è il problema ultimo di una filiera enorme. E’ fluido ed inafferrabile, perché si spande a macchia d’olio in tutte le fasce sociali.
Chi è lo spacciatore oggi? Non è il gangster dei film. È la signora del secondo piano con la pensione minima, è il disoccupato cronico, è il ragazzo che ha fatto due conti e ha capito che il crimine “paga meglio” e subito. Spacciare è un rischio calcolato, infinitamente più basso di una rapina. Niente armi da nascondere, niente refurtiva ingombrante. Al primo campanello sospetto, la “roba” finisce nello sciacquone e le prove svaniscono nelle fogne. E se va male? Arresti domiciliari. Si torna a casa, si riapre la bottega dalla finestra e si continua a “campare la famiglia”.
È un sistema perfetto, un ecosistema che tiene la gente lontana dalle rapine ma la inchioda alla croce della dipendenza. Ma quanto pesa, sulla bilancia della moralità, quella dose venduta? Dietro quel pezzo di crack da cinque euro c’è la devastazione nucleare di una vita. Le famiglie dei clienti vivono un martirio quotidiano, vedendo i propri figli trasformarsi in nemici, in parassiti che cannibalizzano gli affetti. Per il mercato, il tossicodipendente da crack è il “cliente” ideale: una bomba chimica che esplode almeno dieci volte al giorno, un consumatore compulsivo disposto a qualsiasi cosa pur di alimentare la fornace. Qualsiasi cosa.
Ecco il punto di non ritorno, la linea rossa tracciata col sangue: non esiste giustificazione economica che tenga. Non si può “campare la famiglia” macellando quella degli altri.
Ed è da questa verità cruda, priva di sconti, che voglio partire….
Tratto dal mio libro di prossima pubblicazione “CRACK: giovani, famiglie e dipendenze
