Ha represso nel sangue l’Onda Verde del 2009, oggi eredita dal padre il controllo totale del Paese. Mojtaba Khamenei cancella l’illusione della Repubblica per instaurare una dinastia armata, con il mirino di Israele puntato alla schiena.
Nel 2009, le elezioni presidenziali in Iran si trasformarono in un massacro. Il voto venne sfacciatamente truccato a favore del conservatore Mahmud Ahmadinejad, spingendo milioni di persone a riversarsi nelle strade per protestare. A Teheran, un nastro d’asfalto largo dodici corsie e lungo dieci chilometri finì letteralmente sommerso da un mare umano. Gridavano un solo nome, quello che avevano scelto nelle urne: «Moussavi, Moussavi». Da quella folla, ribattezzata “Onda Verde” in onore del colore dell’Islam, saliva un’energia potente, pacifica. Un’onda emotiva travolgente. La storia recente non aveva mai registrato nulla di così partecipato. I manifestanti non chiedevano di svendere il Paese all’America, non volevano rinunciare all’indipendenza e molti tolleravano persino l’ingombrante gerarchia civile-religiosa. Volevano solo contare nel futuro del loro Paese. Volevano rispetto. Fu l’ultima volta che la Repubblica islamica sfiorò l’occasione di conservare una reale legittimità popolare.

Invece, il sistema degli ayatollah li stritolò. I cortei vennero falciati da spietate bande di picchiatori in motocicletta. Migliaia di morti, arresti indiscriminati, condanne a morte disgustose. E mentre gli influencer che oggi animano la diaspora fuggivano per salvarsi la vita, e Moussavi veniva murato in casa, a orchestrare i brogli e a coordinare quella carneficina c’era un chierico appena quarantenne. Uno che aveva preso la sezione giovanile delle Guardie Rivoluzionarie e l’aveva mutata nella macchina da repressione interna che oggi conosciamo come Basij. Indossava il turbante nero, il fregio di chi vanta un’ascendenza di sangue con il Profeta. Si chiamava Mojtaba Hosseini Khamenei. Il secondogenito della Guida suprema.

Diciassette anni dopo quell’onda annegata nel sangue, ieri sera, quell’uomo ha preso il posto del padre. Con questa nomina l’Iran perde persino l’ipocrisia del suo nome: l’uomo che aveva aiutato a sfigurare la Repubblica in dittatura, ora la trasforma definitivamente in un feudo ereditario. Il padre ha lavorato di fino per spianargli la strada, accentrando il potere e consegnandogli le chiavi di enormi conglomerati economici che sfiorano il 40% dell’intera ricchezza nazionale. Le Guardie della Rivoluzione gli giurano fedeltà, i Basij lo blindano. Se Donald Trump sperava nell’ascesa di una figura più digeribile dopo la morte del vecchio ayatollah, ha fatto male i conti. Con Mojtaba non cambia nulla. Anzi, si stringe la morsa.

Poco importa che il cinquantaseienne neo-sovrano abbia bisogno di essere promosso d’ufficio al grado di ayatollah perché, pur avendo studiato nei seminari di Qom, non ha maturato la necessaria competenza teologica. Mojtaba è abituato a ignorare le regole da sempre. E oggi, in fondo, i suoi veri problemi non sono i testi sacri, ma l’economia in macerie, l’opposizione interna e un mirino costantemente puntato sulla schiena.
I giorni scorsi sono stati un thriller geopolitico: Stati Uniti e Israele hanno cercato in ogni modo di impedire l’elezione. Hanno raso al suolo la sede dell’Assemblea degli esperti a Teheran, polverizzato un ufficio a Qom e centrato un palazzo dove, secondo l’intelligence israeliana, era in corso la riunione segreta per la nomina. Si sbagliavano. Il sistema ha tenuto, in barba ai cieli bucati da una contraerea inesistente e alle reti burocratiche infiltrate dalle spie. Il presidente Pezeshkian aveva promesso un successore in due giorni e ha mantenuto la parola. Mojtaba si è preso il trono, ma in un mondo dove i turbanti neri devono convivere con i bunker antiaerei, l’incoronazione assomiglia molto a un bersaglio mobile. La caccia, c’è da giurarci, continua.

