Le crepe dell’estate infinita del 2026

Le crepe dell’estate infinita del 2026

Bisognerebbe intitolarla così, questa estate: l’estate delle crepe. Crepe nell’asfalto che a mezzogiorno sfiora i sessanta gradi e sembra sciogliersi come cera; crepe nei muri di una palazzina che nessuno guardava da anni, finché un pomeriggio di fine luglio non ha smesso di reggersi; crepe nel silenzio delle strade, dove ogni sera qualcuno esce e non tutti tornano; crepe perfino nella voce di chi sale su un palco per cantare e a un certo punto si accorge che il corpo non obbedisce più. Crepe che si allargano piano, come fanno sempre le cose gravi, mentre tutti continuano a guardare altrove — verso il mare, verso le vacanze, verso quel poco di normalità che l’estate promette e che quest’anno, quasi per dispetto, non ha voluto mantenere.

Cominciamo dal caldo, perché il caldo è stato la cornice di tutto, il fondale immobile su cui si sono stagliate le altre tragedie. Non un’ondata, ma una sequenza: la quarta dell’estate a inizio agosto, con ventisette città su ventisette — tutte, nessuna esclusa — salite al bollino rosso il 6 agosto, il livello massimo di allerta. Un’estate che gli epidemiologi confrontano ormai solo con quella maledetta del 2003, e che potrebbe chiudersi, secondo le stime più prudenti, con qualche migliaio di morti in più della norma — cinquemila, forse ottomila, contando anche chi non finirà mai in una statistica ufficiale, perché il caldo raramente firma da solo il certificato di morte: si limita a spingere, a complicare un cuore già stanco, a togliere l’ultimo margine a chi ne aveva pochissimo. Un carpentiere di quarant’anni crollato su un tetto nel bresciano, una guardia giurata di cinquantacinque anni morta in auto a Bologna: la cronaca li registra per un giorno, poi li archivia, perché il caldo non fa notizia come un crollo o un incidente. Il caldo è un assassino paziente. E dovremo tenerne conto davvero nel prossimo futuro.

E poi, in questo fondale già di per sé drammatico, Pistunina. Ne abbiamo e se n’è scritto tanto, e molto ancora si dovrà scrivere. Perché non sarà mai abbastanza. Trenta luglio, primo pomeriggio: una palazzina in via Giorgio La Pira cede su se stessa senza preavviso apparente, seppellendo sotto le macerie sei persone, quasi tutte della stessa famiglia. Diremo “apparente”, perché i pilastri di quell’edificio — questo emergerà nei giorni successivi — erano già segnalati, già osservati con preoccupazione da chi avrebbe dovuto occuparsene. È una frase che l’Italia ha già sentito, quasi cinquant’anni fa, davanti a un’altra montagna che si muoveva lenta e inascoltata sopra un lago del Veneto. Le crepe si vedono sempre, prima. Il problema non è mai vederle: è deciderle importanti abbastanza da fermarsi. E in questo caso non è la natura il colpevole.

Non spetta a chi scrive stabilire colpe che la magistratura dovrà accertare con calma — se la calma, in questi casi, è ancora una parola che ha senso. Spetta solo constatare che una città, per undici giorni e più, ha continuato a scavare tra le sue stesse fondamenta, cercando i nomi di chi non è più tornato a casa. In pochi secondi ci siamo sentiti più fragili, precari, impotenti. Tutti in pericolo.

Le strade, quest’estate, non sono state più clementi. A Torre Faro, fine giugno, una motocicletta impenna davanti a un locale affollato di ragazzi e travolge Giulia Scimone: sedici anni non li potrà mai più compiere . Muore poco dopo in ospedale, mentre una coetanea sconosciuta le tiene la mano fino all’ultimo. La città si ferma, il sindaco parla di silenzio e di rispetto, le associazioni delle vittime della strada lanciano appelli, si annunciano convegni. È giusto che sia così.

Undici giorni dopo, sempre a Messina, viale Gazzi: Vincenzo La Foresta, quarantanove anni, conosciuto sui social come “Enzo Miao“, scende dall’autobus e attraversa sulle strisce. Una moto lo travolge e lo scaraventa per trenta metri. Muore sul colpo. Anche il suo nome finisce per un giorno tra i titoli, poi — il confronto con Giulia diventa quasi insopportabile — il rumore si spegne in fretta, troppo in fretta, come se una vita di quarantanove anni pesasse meno di una di sedici. Non è così, naturalmente: è solo che il silenzio, a volte, non è pace. È distrazione.

Ma anche la festa, quest’estate, ha avuto le sue crepe. A Barletta trentamila persone aspettavano Jovanotti per il diciassette agosto, finché un frammento di amianto ritrovato nell’area dell’ex cartiera non ha convinto l’Asl a dire di no: concerto annullato, si valuta un recupero a Bari in settembre. E proprio ieri, a Letojanni, nel messinese, Francesco Gabbani (che adesso sta bene) ha dovuto interrompere il suo concerto dopo appena cinque canzoni: un malore, forse legato al caldo, forse alla stanchezza di un tour che non conosce tregua. Il sindaco è salito sul palco a spiegarlo alla piazza, che ha ascoltato in silenzio — un altro silenzio, questa volta composto, quasi rispettoso, come si conviene davanti a un corpo che cede.

E infine l’Etna, che da giorni fa quello che sa fare meglio: ricordare a tutti quanto sia fragile l’organizzazione umana di fronte a una montagna che respira e che si riprende il suo spazio. Cenere verso sud, l’aeroporto di Catania chiuso e riaperto e richiuso, settecento voli saltati in pochi giorni, passeggeri accampati tra le valigie, la beffa di un ministro costretto a ripetere che «a essere fuori posto non è il vulcano, ma l’aeroporto». Anche questo, a suo modo, è un avvertimento antico quanto la Sicilia: si costruisce sempre alle pendici di qualcosa di più grande di noi, e ogni tanto quel qualcosa ci ricorda di esistere.

Non c’è una morale, in tutto questo, perché le morali si scrivono a posteriori e questa estate, mentre scrivo, non è ancora finita. C’è solo un elenco — il caldo, una palazzina, due strade, due palchi, un vulcano — che sembra tenersi insieme da solo, come se qualcosa, quest’anno, avesse deciso di mandarci tutti lo stesso messaggio, ripetuto in lingue diverse: guardate le crepe.

Guardatele prima che si allarghino.

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